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GIOCHI DI SOCIETA’ COME MOTORE PER IL PUNTO VENDITA

In questo articolo esclusivo dedicato ai giochi di società il nostro Contributor Vincenzo Agliottone intreccia considerazioni educative e sociali su larga scala con le opportunità che gli stessi giochi possono garantire ai punti vendita. 

 

Secondo l’ISTAT, durante la fase di lockdown il 45% della popolazione ha dedicato gran parte del proprio tempo al gioco, e nonostante gli intervistati fossero quasi tutti in età adulta, la metà di essi ha dichiarato di non avere figli. Un dato importante questo, che traccia il profilo del giocatore medio e colloca il gioco tra le attività preferite dagli italiani.

A contendersi il primato sono senza dubbio videogames e giochi di società, e contrariamente alle previsioni, quest’ultimi hanno registrato un’impennata delle vendite pari al 12% rispetto allo stesso periodo del 2019, che conferma comunque il trend già positivo degli ultimi anni.

Ma se per gli adulti l’esperienza di gioco risulta appagante quanto la lettura di un buon libro o la visione di un film, per i ragazzini, soprattutto in età adolescenziale, non rappresentano affatto una priorità. Eppure i giochi in scatola sono uno strumento dall’elevato valore culturale e aggregativo, e ci consentono di testare le nostre abilità mettendole in sfida con noi stessi e gli altri, ma a quanto pare non basta, e inoltre, noi commercianti, siamo davvero consapevoli delle potenzialità dei giochi in scatola? Abbiamo chiesto un parere a Gabriele Mari (nella foto sotto), Educatore per la Coop. Sociale La Pieve con esperienza della disabilità giovanile e dell’autismo e game designer e sviluppatore per la casa di produzione ludica Sir Chester Cobblepot con la quale ha pubblicato alcuni titoli famosissimi. Educatore Ludico in contesti come scuole e carceri, è uno dei portavoce del gruppo nazionale di Didattica Ludica, e autore di “Tuttingioco”, un manuale pratico che analizza il gioco strutturato come strumento educativo. Insomma, uno che di giochi da tavolo se ne intende.

 

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Secondo Mari, i ragazzini oggi fanno fatica a trovare un luogo di aggregazione che venga dopo la casa e la scuola, e la soluzione purtroppo, arriva dalla rete e dai videogames, veloci, dinamici e somministrabili ovunque.

 

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Quello che manca è un “terzo luogo” che sia socialmente strutturato, e in grado di risvegliare la passione per il gioco. Viene naturale quindi chiedersi se la soluzione può arrivare dai nostri punti vendita, e laddove gli spazi non lo consentono, tornerebbero utili le dimostrazioni in store, una pratica poco considerata, ma che genera comunque un discreto movimento.

A ciascuno il suo gioco

Oggi il mercato propone un numero infinito di giochi in scatola, e partendo dai cosiddetti “giochi travel”, intuitivi, rapidi ed economici; fino ad arrivare ai titoli più impegnativi e costosi, hanno tutti la funzione di divertire, ma tutti si caratterizzano per definizione come “giochi altamente strutturati”, perché hanno materiali ben definiti, uno scopo esplicito condiviso, una sequenza di azioni fisse, e un insieme di regole che determinano la preparazione, lo svolgimento e la conclusione del gioco, compreso i criteri che ne stabiliscono il vincitore.

Per Mari il gioco non è mai solo un gioco, ma è la rappresentazione di se stessi attraverso un’attività non ansiogena e non frettolosa, efficace soprattutto al riconoscimento delle proprie capacità. Un concetto all’apparenza complesso, ma che rivela di fondo la sua valenza nell’educazione e nell’apprendimento.
Da un punto di vista educativo, appare subito chiaro quanto il concetto di “palestra” usato da Mari per estremizzare la funzione di allenamente sia azzeccato, favorendo le relazioni interpersonali attraverso incontri focalizzati in un unico centro visivo, con l’uso di diversi sistemi comunicativi, in un tempo stabilito nel quale i partecipanti interpretano un ruolo all’interno di un “conflitto artificiale”.

 

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Un concetto molto forte ci arriva dallo studio dei “sistemi”, che suddivide il gioco in “sistemi chiusi e sistemi aperti”. Il gioco d’azzardo è un sistema chiuso, che si ripete freneticamente e ha la capacità di sequestrare il giocatore, mentre il sistema aperto richiama “la teoria della mente” quella scienza che studia il comportamento dell’uomo in situazioni di conflitto: “per pensare che l’altro pensa, e mi pensa, devo pensare”.

Per questo motivo il gioco da tavolo assume un valore infinito facilmente tangibile che ritroviamo non appena si apre la scatola, in quella complessità che va oltre il materiale e le dinamiche del gioco stesso, e che è frutto di un lavoro congiunto che ne ha reso possibile la realizzazione. Conoscere dunque a pieno le potenzialità dei nostri prodotti ci può aiutare in questa lenta riconversione, perché se è vero che il Covid-19 ci ha indicato un percorso, è anche vero che tocca a noi costruire una strada.

 

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A cura di Vincenzo Agliottone

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